23.3.19

Il caso dell'atleta britannica Diane Modahl e la fine di un'era dell'atletica.

Nessuno ne ha parlato qui in Italia, forse a dirla tutta, anche il vostro croniquer, non crede che all'inglese medio, il caso sia stato poi così interessante , comunque merita di essere descritto in poche parole e vederne le ricadute, anche perché prima o poi, qualcosa accadrà anche nelle vetuste terre italiche.
Diane Edwards, sposata Modahl, è una atleta specializzata negli
800m, di buon livello, con all'attivo il suo passaggio allo stato di professionista, iscrizione presso la British Athletics Federation, e già vincitrice di numerose gare importanti di livello nazionale e qualificazione per le olimpiadi (ne farà ben quattro). 
Partecipa ad una gara in Lisbona e al termine le viene chiesto il prelievo delle urine. Pronta per partire per i giochi del Commonwealth, si sente dire che è risultata positiva al testosterone dal laboratorio di Lisbona che ha eseguito il test.
Siamo nel 1994, e viene sospesa e bannata dalle competizioni da parte della BAF per quattro anni ma lei fa subito ricorso e questo ricorso, porterà in poco tempo alla dichiarazione da parte del tribunale britannico che non c'era alcuna frode e nessun campione positivo a causa di errori e cattiva manutenzione dei campioni di urina, deteriorati prima delle analisi.
La BAF nel 1995 quindi provvede a far decadere la sospensione riammettendola all'attività e anche la IAAF nel 1996 dichiaro Modahl totalmente esente da qualsiasi responsabilità e positività.

La faccenda sembrerebbe finita ma in realtà era solo agli inizi, perché Modahl continuò a perseguire la BAF presso le corti britanniche, fino a quella ultima dei Lords, per ottenere risarcimenti per danni di oltre 400 mila sterline più spese per  circa 500 mila sterline.
La decisione finale è stata presa nel 2000, stabilendo che nessun risarcimento era dovuto dalla BAF  solo perché l'iscrizione presso la BAF è una volontaria decisione per accedere al mondo professionista dell'atletica, ma di fatto non prevede alcun contratto, quindi nessun obbligo specifico nasce in capo ai due soggetti.

C'è da dire che Modahl ha dovuto sostenere spese legali per decine e decine di migliaia di sterline, fino a vendere la casa, e nel frattempo, la corte dei Lords aveva predisposto alcuni risarcimenti, sia pure in misura provvisionale e minima.
La BAF, puure ha dovuto sostenere spese legali per resistere contro le richieste della Modahl, al punto che è passata sotto amministrazione controllata, per poi essere liquidata e sostituita da un'altra associazione nazionale, con nuova denominazione e patrimonio, e con lo stesso presidente, Sir David Moorcroft, vi ricordate il mezzofondista degli anni settanta?

A questo punto, se nessuno ha responsabilità verso nessuno, se chiunque può sbagliare e buttar fuori ingiustamente qualche atleta, allora a che serve essere dei professionisti in un mondo senza alcun diritto?
Ecco, si è ripartiti da qui, per cui nel prossimo futuro potremmo vedere che ciascun atleta di interesse nazionale e di alto livello potrà pretendere una sua diciamo linea assicurativa, in cui ci siano obblighi reciproci e siano stabiliti risarcimenti equi per entrambe le parti. In fondo, una associazione professionale degli atleti esiste per tutelare anche gli atleti stessi o no?
A partire da prima delle olimpiadi di Sidney 2000, Sir Moorcroft ha predisposto l'obbligo da parte degli atleti selezionati di firmare il BOA, la carta dei diritti e doveri diciamo così, con impegni reciproci di non fare i furbi con il doping e altre robe, ma anche con la possibilità di poter essere risarciti in caso di errori gravi da parte delle autorità IAAF e ex BAF.

Comunque, la vicenda di Diane Modahl è finita comunque in modo pulito e positivo anche per lei:
alla fine ha ripreso la sua attività atletica, partecipando a olimpiadi e campionati del mondo e a molte altre competizioni, ha scritto un libro giunto alla seconda ristampa, ha costituito una fondazione con lo scopo di aiutare nello sport i bambini  svantaggiati e in fine ha riottenuto, assime al marito e ai suoi tre figli, dico tre figli, un suo posto autorevole in società e anche economicamente. Per dire, è stata medagliata per il contributo dato al Commonwealth assieme ad altri importanti personaggi del passato, come Bannister, alla società e al suo sviluppo.

Pensate amiche e amici se la vicenda fosse accaduta in terra italica, come sarebbe andata a finire?
Sarebbero sparite prove, campioni alterati, documenti senza data o retrodatati, sentenze astruso di tribunale, derisioni e discredito, sarebbe stata lasciata sola, senza poter partecipare alle olimpiadi e a nulla, a meno di qualche miracolo.
Ecco perché quando rientro nella mia bellissima Italia, un poco debbo dire che mi sento angustiato: se il diritto non vale che formalmente, se la gente può sbarcare da ogni parte senza un controllo, se vi rapinano e non siete considerati, se pagate le tasse e nessuno vi assicura considerazione e rispetto, se siete tra quelli che non pagare (qualunque cosa sia) sia meglio che pagare per avere più diritti e poter guardare il mondo a testa alta, allora si, forse siamo in Italia.
Ma tutto il mondo è paese? Io vi dico che almeno per quanto riguarda la Gran Bretagna, come diceva tale Benito, l'impero plutocratico, le cose sono molto differenti.
Guardate il popolo inglese, ha deciso di fare uno dei tanti referendum e uscire dalla Eurozone, e pensate che sia ora in grado il governo britannico di fare quello che farebbero in italia, cioè una furbata? No amiche, in England quando il popolo ha votato a maggioranza assoluta (cioè metà più uno dei votanti), quello che ha deciso è legge.
Saluti dal fumo di Londra, anzi dall'ex fumo di Londra, nebbia si ma fumo proprio no.